
I codici QR (Quick Response) sono stati lenti a prendere piede – almeno da noi -, ma stanno rapidamente guadagnando popolarità, grazie al diffondersi di smartphone fra gli utenti e dei media tradizionali. Quindi gli inserzionisti stanno abbracciando la tendenza e inseriscono in qualche modo un QRcode nelle loro campagne.
Il sondaggio, condotto da Nellymoser e riportato da MediaPost , ha mostrato che il numero di QRcode trovati nelle 100 riviste più vendute negli Stati Uniti è aumentato di oltre il 476 per cento nei primi nove mesi di quest’anno. Da 88 nel mese di gennaio si è passati a 507 nel mese di settembre. Su base trimestrale, il numero di codici QR nelle riviste è cresciuto da 252 nel 1° trimestre a 1155 nel 3° trimestre (358%).

Gli inserzionisti hanno iniziato ad usare i codici per scopi di marketing. Dei 507 codici del mese di settembre ne sono stati trovati 482 in pubblicità, mentre solo 25 sono stati utilizzati per migliorare materiale editoriale. È interessante notare che il maggior numero di codici è stato trovato nelle riviste di moda femminile, di bellezza o gossip, come Glamour, InStyle e Us Weekly.
La maggior parte degli inserzionisti ha ritenuto che l’apertura di un video fosse la scelta più giusta (47% dei QR pubblicati) evidenziando la difficoltà nell’ideare un’esperienza innovativa e coinvolgente per l’utente. Su questo c’è da riflettere.
Altri usi che sono stati rilevati dalla ricerca sono: attivazione abbonamenti (34%); social media share (24%); meccanismi di acquisto attraverso gli smartphone (16%) e coupon (12%). Questo chiarisce che non sarà solo la pubblicità la funzione principale di codici QR, ma anche che il modo più efficace per usarli nel dialogo con il proprio target di riferimento deve ancora essere trovato.
Via Simplyzesty

Tutti lo vogliono, ma non si snoda una fila lunga lunga, interminabile, davanti alle porte dei negozi hi-tech. È l’online a vincere per la tecnologia, e infatti le prenotazioni di iPad via rete ha evitato l’assembramento per avere il nuovo oggetto dei desideri taggato Apple.
Come sanno bene i sociologi, esistono gli innovatori (che producono e sperimentano tecnologie e novità) e i gregari. In questo caso, per chi non ha a disposizione un piccolo gruzzoletto da sacrificare in maniera ripetuta per l’iPad e successivi modelli, deve riflettere se sia il caso di attendere le prossime versioni. Perché? Magari per avere una webcam – che ora è assente e qualcuno, che ha smontato l’iPad, bisbiglia di aver notato lo spazio di alloggiamento pronto per il futuro -, e una porta usb che ora latita. Due piccoli nei che non vanno sottovalutati. Cult o non cult? Questo è il problema.
[fg]

Sembra che Wired, il seguitissimo magazine di Condé Nast, ‘subirà’ con piacere un trattamento… estetico (si fa per dire!). Il tablet treatment rappresenta il lavoro di officina per creare una versione di qualsiasi documento (libro, magazine, quotidiano) fruibile con il tablet pc, un computerino sottile, appunto, come una tavoletta che nel prossimo anno i produttori immetteranno nel mercato. Fra questi anche Apple.
La casa editrice americana sta preparando la versione tablet pc di Wired, con l’aiuto di Adobe, e nel frattempo fa outing pubblicando sul web (nel sito dell’edizione americana) un video sul concept dell’applicativo.
[fg]

Contro la furia di pubblicare notizie in tempo reale, ecco la controtendenza del “rilascio lento” portata in auge dai netizen e i social network. La notizia non si esaurisce in poche ore, ma continua a vivere selezionata, commentata e rimbalzata dalle varie piattaforme esistenti sul web: Facebook, Twitter o FriendFeed.
Ogni navigatore diviene un citizen journalist, selezionando le news per creare una sua ‘agenda’, un proprio notiziario online. La strada della costruzione partecipata dei contenuti informativi sta prendendo sempre più piede.
Ora sta agli editori trovare un modo per cavalcare l’onda.
[fg]

Novità nel panorama della carta stampata europea: ora il giornale diviene su misura, al modico costo di € 1,20.
Si tratta di Niiu, il nuovo quotidiano personalizzato made in Germany, progetto che partirà dal prossimo 19 novembre e nato dalle menti di due giovani pionieri dell’editoria: Wanja Oberhof di 23 anni e Hendrik Tiedemann 27.
Il target, manco a dirlo, è giovanile e i contenuti saranno su misura. Ma davvero.
Ogni lettore/abbonato deciderà cosa leggere e quanto leggere, ossia gli argomenti e il numero di pagine desiderate: uno dei vantaggi dell’online applicato su carta. I contenuti saranno ‘pescati’ dalle principali testate tedesche e straniere (sono circa 500 le testate con cui sono stati presi accordi), nomi grossi insomma.
Ma la carta, che vuole stare al passo del web 2.0, non lascia indietro neanche blog, portali e grandi realtà online: anche da lì verranno selezionati contenuti graditi al lettore che ne fa richiesta (grazie ai settori di gradimento).
La spinta che muove il motore di questo nuovo giornale sartoriale, che aspira a cinquemila abbonati nei primi sei mesi? L’età dei fruitori: secondo i due editori ‘taglia e cuci’, i giovani sono disposti a mettere mano al portafoglio per comprare un giornale interessante. Anche gli investimenti pubblicitari su Niiu dovrebbero dunque divenire appetibili, sempre su misura.
[fg]
Via Informa

Il noto magazine The Economist ci dà un taglio: dal 13 ottobre i contenuti più vecchi di 90 giorni passano dietro al pay-wall, la barriera del pagamento. Solo i sottoscrittori di abbonamento avranno accesso al materiale ‘archiviato’. Lo rivela il Guardian con un articolo di Chris Tryhorn.
Altro taglio economico, nel senso di ridurre i contenuti free, lo applica al numero di articoli disponibili agli internauti squattrinati. Diversi altri editori stanno perseguendo la strada del contenuto a pagamento, relativi all’edizioni online di prodotti già esistenti su carta. Questo per rafforzare e rimpinguare i proventi che giungono dalla pubblicità.
Segno di ripensamenti in merito al web content? Gratuito o a pagamento, il nodo forse si sta sciogliendo.
[fg]

Ghiotta la notizia, amara la constatazione che se ne sia parlato poco.
Google ha distribuito nel 2008 ben 100 milioni di dollari in ricavi, attraverso il sistema di gestione della pubblicità. A chi? Agli ‘editori’ online italiani. Questo è quanto si è saputo qualche giorno fa dai lanci di agenzia.
Cifre grosse e sostanziose che inseriscono l’Italia fra i primi cinque Paesi europei, e fra i primi dieci nel mondo, per ricavi ottenuti attraverso Adsense.
Il sistema allora funziona, sembrerebbe così. Bisogna però sapere quanti sono i ‘fortunati’ che hanno ricevuto parte dei ricavi. La torta è sempre quella, ma se si taglia il dolce in tante parti, la fetta che mi spetta potrebbe essere solo un assaggino da nouvelle cousine. L’affare resta sempre ghiotto: la rete parla chiaro. E i dollari di Google pure.
[fg]
Via Lsdi

In tempo di crisi la notizia ‘fa notizia’ davvero: l’Evening Standard, un giornale inglese pomeridiano a pagamento, diviene gratuito. L’annuncio lo ha dato il direttore dell’Evening Standard, Geordie Grieg.
Quale il motivo che ha spinto la gerenza – il proprietario è Alexander Lebedev, un magnate russo – a questa epocale decisione? Dopo 180 anni di onorata carriera in edicola, ora il giornale diviene free press per aumentare la distribuzione e attirare nuovi investimenti pubblicitari.
Garantito lo standard qualitativo del giornale e nessun taglio di personale in redazione: anche questa è una notizia!
[fg]
via ADGInforma
Chiusa l’edizione romana di Iab Forum 2009, quello che ne rimane sono i numeri elargiti dal palco nei vari interventi. Come al solito sono quelli positivi (ce ne erano di negativi?) a lasciare traccia di se nei vari blog e quotidiani online, ma quanto sono attendibili?
In sostanza il 2009 sarà un anno positivo per la pubblicità ma solo per quella online: +10,5%. Tutti gli altri giù con tonfi dal 9,4% (radio) al 21,5% (stampa), passando per il 10,2% della tv e il 13,6% delle affissioni. Un dato positivo per Layla Pavone (Presidente Iab Italia) specialmente alla luce del risultato degli altri media e in riferimento al momento storico.
Ma ammesso che la previsione venga confermata nei mesi, nonostante il segno + davanti al 10, anche l’advertising online registrerebbe una brusca frenata nella sua crescita rispetto agli inarrestabili anni precedenti: colpa della crisi o il mercato comincia a stabilizzarsi?
La crisi (o meglio la paura dei mercati) ha sicuramente fatto la sua parte: nei primi 6 mesi dell’anno alcuni centri media sembravano “paralizzati”, e alcuni in particolar modo proprio sull’online. Ma allora da dove arriva questo speranzoso 10,5%?
Il dubbio che rimane è che si butti dentro un po’ tutto, Google compreso (soprattutto), e che resti fuori una fetta di cui è difficile – ad oggi – conoscere la consistenza, ma che nel futuro dovrebbe rappresentare un fetta appetitosa della torta da spartire: la pubblicità locale.
Forse eventi come Iab Forum dovrebbero evolvere e aprirsi di più al mercato, ma quello fatto di PMI che ancora oggi guardano all’online come al futuro e non al presente.
Meno autocelebrazione e più evangelizzazione.
Dopo il flop del 2005 il New York Times vuole nuovamente tentare la strada di far pagare la lettura del suo quotidiano nella versione online. In realtà pare che l’ultima parola spetti proprio ai lettori a cui l’editore chiederà, attraverso un sondaggio, se sono disponibili al salto. Come andrà?
Tutti gli editori del mondo, in trepidante attesa dei risultati del sondaggio newyorkese, si chiedono da sempre, ma con particolare forza mediatica da un paio di mesi, se il modello pay per read possa funzionare.
La scelta del pagamento, a detta degli stessi grandi editori, pare essere l’unica soluzione possibile per tamponare il calo delle copie vendute. Ma non è così. Questa è una visione antica che non tiene in considerazione tanti aspetti proprio del web. La soluzione passerà probabilmente da un mix di contenuti tra cui anche news a pagamento (tutte?).
Ma se la carta ha il problema delle copie invendute, l’online ha scoperto che quello basato sulla sola pubblicità è un modello di business che stenta ancora (dopo tanti anni) a decollare. Allora anche per gli editori online si affaccia la necessità di mettere a pagamento le proprie informazioni?
Layla Pavone, presidente di Iab Italia ha recentemente dichiarato che «E’ troppo tardi per fare pagare le notizie agli utenti, almeno se parliamo di internet, perché per quanto riguarda il mobile il discorso è già molto diverso. Sul web è difficile fare un passo indietro dopo quasi venti anni di notizie free. Personalmente non credo che l’informazione a pagamento possa avere un impatto positivo sui business model delle aziende editoriali».
Cambiare le abitudini dei lettori è probabilmente complicato, ma un approccio graduale potrebbe essere tentato, a condizione che si parli di contenuti di alta qualità.
E l’informazione locale?